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Assessorato alla Cultura della Provincia di Padova

Dipartimento di Etnomusicologia del Conservatorio "Cesare Pollini" di Padova

Fondazione Musicale "Masiero e Centanin"

Il suono interiore : musica e tradizioni spirituali 2

A cura di Giovanni De Zorzi

"Il suono interiore: musica e tradizioni spirituali 2" si configura come il seguito della omonima rassegna tenutasi l'11 e 12 Giugno scorsi

A poco più di sei mesi di distanza, sull'onda del caloroso successo che la prima rassegna ha ottenuto presso un attento e numeroso pubblico, l'Assessorato alla Cultura della Provincia di Padova propone tre nuovi incontri con gli attuali capiscuola delle rispettive tradizioni nelle quali musica e spiritualità da secoli si intrecciano, preceduti, come allora, da una breve introduzione di carattere etnomusicologico utile a collocare il concerto nel suo contesto culturale.

 

Sabato, 31 Gennaio 2004, Oratorio della Santa Croce, Cervarese della Croce (PD), ore 21:00

La tradizione di musica e poesia persiana

Dariush Tala'i, liuti a manico lungo târ e setâr ;

Taghi Akhbari, canto.

In area iranica musica e poesia furono unite strettamente tra loro sin dal termine stesso con il quale, in lingua pahlavî , si designavano le prime forme poetiche: srût , "canto". Emblematica, in questo senso, è la figura dai contorni leggendari del poeta, trovatore e musico Bârbad , attivo alla corte del re Cosroe Parvêz (590-628 d. C.).

A partire da questi inizi mitici la poesia di lingua persiana non si è mai separata dall'arte dei suoni, raggiungendo un particolare risvolto "interiore" nell'incontro cerimoniale detto samâ' , "audizione, ascolto", nato in ambiente sufi a partire dal IX secolo d.C.

In questo contesto cerimoniale si iniziarono ben presto a cantare, melodizzare e accompagnare con strumenti musicali le liriche di carattere mistico dei grandi poeti di lingua persiana Sa'di, Hâfiz, Rûmî, Jâmi, vissuti tra i secoli XII e XV. Di esse si ascoltavano -e si ascoltano tuttora - le risonanze interiori dei sovrasensi di natura spirituale, o esoterica, dei testi stessi. I suoni costituiscono allora una moltiplicazione deflagrante del senso interiore dei versi, un "doppio" di natura ultraterrena: il "fare musica" diviene pratica spirituale.

Va sottolineato come questo tipo di approccio e di concezione "interiore" sia rimasto centrale durante tutta la storia della musica classica persiana e come, ancora nel corso della seconda metà del 1800 e di tutto il 1900, i grandi maestri sistematizzatori del sistema musicale classico persiano, detto radîf , fossero influenzati da una formazione a contatto con la tradizione di pensiero e azione sufî .

Dariush Tala'i, si è formato sotto la direzione di 'Ali-Akbar Shahnâzi, Nûr-'Ali Borumand, Yusûf Forutan, Sayyid Hormôzi e 'Abdollâh Davâmi, vale a dire con i più grandi maestri del suo tempo. Riconosciuto molto presto come uno dei rappresentanti più brillanti e qualificati della musica tradizionale, Tala'i ha partecipato a numerosissimi concerti, festivals , trasmissioni audio, video e a numerose registrazioni discografiche. Insegna presso il Centro per la Preservazione e la Diffusione della Musica Iraniana della Faculty of Fine Arts dell'Università di Teheran e, contemporaneamente, al Dipartimento di Musica dell'Università di Washington.

Nell'occasione di questo primo incontro si potrà ascoltare Dariush Tala'i, attuale e indiscusso caposcuola dei liuti a manico lungo târ e setâr , dialogare e intrecciare le sue linee melodiche con Taghi Akhbari, giovane ma già maturo cantante in grado di padroneggiare le raffinatissime ornamentazioni e gli stili vocali virtuosistici, come il tahrir , richiesti dallo stile classico persiano.

Giovedì, 5 Febbraio 2004, Abbazia di Praglia (PD), ore 21:00,

La tradizione di musica sufi ottomano-turca

Kudsi Erguner, flauto ney ;

Bruno Caillat, percussioni a cornice daf , bendir; tamburi a calice zarb , tabla

Per alcune Vie sufî il particolare tipo di incontro detto samâ', di cui si diceva più sopra, divenne un elemento centrale, fondamentale nell'itinerario di affinamento interiore dell'uomo: uno dei casi più celebri è quello della confraternita mevleviyya , sorta sull'esempio del grande poeta di lingua persiana Mevlâna Jalâl-ud-Dîn Rûmî (Balkh, 1207-Konya 1273), da cui prese il nome. Questa Via sufî è più nota in Occidente come confraternita dei "dervisci rotanti", o " derviches tourneurs ", nome datole per il vorticoso roteare su se stessi dei samâzen durante il caratteristico samâ' , collettivo e di struttura formale prefissata, nel quale si fondono il canto dei versi di Rûmî, la musica e la "danza".

Nell'opera e nella vita di Rûmî il samâ' e "la musica" assumono un'importanza fondamentale, al punto che, rivoluzionando i canoni letterari del suo tempo, egli apre il suo monumentale poema Masnavi-i Ma'anavi (circa 50.000 distici) con una lunga introduzione che ha per tema proprio il flauto di canna ney che inizia con il distico:

" Ascolta il flauto di canna, com'esso narra la sua storia,

com'esso triste lamenta la separazione ".

A partire dai primi diciotto distici del Masnavi lo strumento assume un particolare significato simbolico e diventerà lo strumento prediletto della confraternita mevleviyya .

Dal XV secolo, intorno alla cerimonia del samâ' sorse un genere autonomo detto ayin nel quale il canto dei versi di Rûmî si intreccia con la musica strumentale e il roteare dei samâzen . L'insieme degli ayin mevlevi costituisce una delle più antiche testimonianze di scrittura musicale in area ottomano-turca e impiega un linguaggio che, dal XVIII d.C., è lo stesso della musica colta ottomana sviluppatasi a corte e del suo particolare genere, la suite strumentale e vocale detta fasil .

Kudsi Erguner, solista di fama internazionale, attuale caposcuola dello strumento, si ricollega autorevolmente a questa tradizione spirituale e musicale, provenendo da una nota e ormai secolare famiglia di neyzen mevlevi che inizia con Süleyman Erguner (1902-1953). Formatosi con il padre Ulvi (1924-1974), virtuoso e celebre solista, direttore del Dipartimento di musica tradizionale della Radio d'Istanbul, Kudsi Erguner giunge in Europa intorno al 1968 con un ensemble di dervisci mevlevi presentato dall'UNESCO, vi si trattiene e si laurea in Architettura a Parigi. Inizia molto presto una collaborazione con differenti artisti europei ed orientali che porta alla pubblicazione, a tutt'oggi, di più di cinquanta registrazioni a suo nome o come solista ospite. Traduce differenti opere del sufismo turco. Pubblica articoli di carattere etnomusicologico e registrazioni musicali private, effettuate tra i circoli sufi di Istanbul. Collabora con il grande regista Peter Brook e con i coreografi Maurice Béjart e Carolyn Carlson.

Bruno Caillat, formatosi a Parigi con il grande Jamshid Shemirani, è uno dei rari virtuosi europei di zarb e percussioni mediorientali apprezzato internazionalmente e conduce una brillante attività come concertista e come ospite in differenti progetti discografici.

Durante il concerto si ascolteranno brani tratti dal repertorio mevlevi alternati a brani provenienti da altri ordini sufi d'epoca ottomana, collegati tra loro dal particolare genere di "improvvisazione strutturata" detto taksim .

 

Sabato, 7 Febbraio 2004 Castello del Cataio, Battaglia Terme (PD), ore 21:00

La tradizione di musica zen giapponese

Jumei Tokumaru, flauto shakuhachi

Il monaco giapponese Kakushin (1207-1298) viene considerato colui che introdusse in Giappone, dopo un lungo periodo di soggiorno in Cina, la musica zen per shakuhachi . Da lui prese vita una tradizione di monaci itineranti questuanti, detti komusô , appartenenti alla corrente fuke del buddhismo zen , per i quali l'unico oggetto in possesso era proprio lo shakuhachi . L'importanza dello strumento per la setta fuke si riflette in massime quali: "V'è un pregare con il Suono". Oppure: "Il soffio del flauto è la Via all'illuminazione".

Da questa tradizione emerse Kurosawa Kinko (1710-1771) un monaco fuke che raccolse e trasmise il notevole repertorio per shakuhachi creatosi nei secoli. Il nocciolo di questo repertorio è costituito dai trentasei brani legati alla tradizione zen , esclusivamente per shakuhachi solo, detti honkyoku , ognuno dei quali viene attribuito al fondatore di una particolare scuola dello strumento.

Gli honkyoku sono caratterizzati da un tempo estremamente lento, da un uso molto dilatato dei parametri ritmici ma, soprattutto, da un impiego sapiente, concentrato, raccolto delle infinite possibilità sonore ed espressive dello strumento da parte del solista, che ri/crea ad ogni esecuzione i brani tradizionali. Va notato come gli honkyoku non fossero, perlomeno inizialmente, brani concepiti per essere apprezzati da un ampio pubblico, ma, piuttosto, per aiutare il suonatore a raggiungere un particolare stato di meditazione o per esercitarlo in un profondo controllo della respirazione, concezione organologica e musicale insieme, espressa nel detto zen : "Lo shakuhachi suona Te, tanto quanto lo suoni Tu".

Nel tempo, dopo Kurosawa Kinko, lo shakuhachi si è "svincolato" dall'originaria tradizione zen , divenendo pressoché l'unico strumento a fiato della raffinatissima musica classica giapponese sviluppatasi a corte, soprattutto nell'organico del trio classico, con cetra su tavola kôto e liuto a manico lungo shamisen . Attualmente, lo strumento è stato rivisitato e indagato con interesse dai compositori giapponesi contemporanei, soprattutto in virtù delle sue profonde possibilità timbrico-melodiche ed espressive, collegate ad una secolare concezione tradizionale di carattere microtonale, che risulta, oggi, assolutamente attuale e stimolante.

Jumei Tokumaru, formatosi con Goro Yamaguchi, svolge un'intensa attività solistica internazionale, ha registrato per l'etichetta Victor, ed è, contemporaneamente, insegnante di shakuhachi presso la prestigiosa Tokyo University of Fine Arts and Music.

Nel corso dell'incontro si potrà ascoltare una selezione dei classici brani del repertorio honkyoku : Shika-no-tone ; Shin-no-kyorei ; Sokaku-reibo e Kumoi-jishi .

Giovanni De Zorzi


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